
“La Costituzione è il fondamento della Repubblica. Se cade dal cuore del popolo, se non è rispettata dalle autorità politiche, se non è difesa dal governo e dal Parlamento, se è manomessa dai partiti verrà a mancare il terreno sodo sul quale sono fabbricate le nostre istituzioni e ancorate le nostre libertà.” (Luigi Sturzo, in un discorso al Senato della Repubblica, 27 giugno 1957)
Già questa mattina, mi sono cimentato in una condanna della violenza come prassi politica e metodo di attuazione di una Resistenza che non deve, tuttavia, uscire dall’alveo di un confronto civile. Ma dov’è questo confronto civile? Partendo proprio da questo interrogativo, ho trovato la conferma di quelle parole pronunciate più di cinquant’anni fa, da don Luigi Sturzo. Il clima che si respira, in Italia, in questi ultimi giorni, non è affatto civile. In molti devono fare un esame di coscienza e ammettere i propri errori. I richiami recenti del presidente Napolitano, vanno in questa direzione. Attenuare i toni del confronto politico e attuare riforme condivise, nello spirito originale della Costituzione.
Proprio questa è il centro della riflessione. La Costituzione della Repubblica italiana, nacque dalle ceneri del secondo conflitto mondiale e dalle paludi della dittatura nazifascista. Nacque dal rinvenimento di un nuovo sentimento italiano e di libertà che erano state sottratte subdolamente. I padri costituenti, riuscirono a comporre diversi interessi e diverse ideologie; fisarono i principî fondamentali della nostra nazione; idearono un’architettura istituzionale esemplare, che, a più di sessant’anni di vita, dimostrano la loro vitalità, sopravvivendo alla caduta delle ideologie e all’apertura verso le istituzioni europee. Quel che non si è riusciti a fare, durante i suoi sessant’anni di vita, è stata la sua trasformazione in una forza culturale unificatrice che ricomponesse le divisioni dalle quali nacque. Non si è riusciti a trasferirla “dall’area della decisione politica che divide, crea inimicizie e conflitti a quella consensuale della cultura politica diffusa” (G. Zagrebelsky).
La Costituzione è la legge suprema dell’Italia ma rimane, sempre e comunque, oggetto di diverse critiche che, soprattutto nel corso degli ultimi anni, si sono esacerbate. La critica mossa all’impianto istituzionale, ai suoi massimi organi di garanzia, tradiscono il patto da cui essa è nata. “Un patto di unita’ nazionale nella liberta’ e nella democrazia” (G. Napolitano). Nel momento in cui si tradisce il patto, e se ne mettono in discussione i pilastri portanti, viene meno la coesione sociale, si spiana la strada a squilibrati che possono compiere gesti inconsulti come quello cui abbiamo assistito ieri. In questi giorni è accaduto proprio questo. Il premier ha sproloquiato a Bonn e, da li, si rivolgeva a noi italiani; serrava le file dei suoi, criticava Napolitano, giudici e Corte Costituzionale. Si è manifestato per quel che è, il vulnus della nostra democrazia.
A ragione, è stato fatto osservare che la spirale d’odio non si apre con verità giornalistiche e/o giudiziarie. Non è una sentenza nè, tantomeno, un giornale a poter aprire una falla nella Costituzione. Non è un’opposizione viola, che chiede le dimissioni del premier più chiacchierato degli ultimi 150 anni, a tradire il patto di coesione. Non è neppure internet, il nuovo demonio, in fondo, il 28 giugno 1914, il web non esisteva ancora ma Gavrilo Princip uccise Francesco Ferdinando, scatenando la Grande guerra. Fortunatamente, le conseguenze del gesto di ieri, sono ben diverse.
Le critiche suscitate dagli interventi di Di Pietro e della Bindi hanno mostrato la loro strumentalità a una logica vittimistica che sta percorrendo il paese e i media controllati dal potere politico (quindi tutti!). Si sostiene, da più parti, la necessità di puntare il dito contro i due esponenti politici e contro le loro parole, rei di aver detto che la fonte di questo clima incivile, risiede nel berlusconismo. Proprio per questo motivo ho fatto una piccola ricerca su internet che, adesso, in tanti stanno osteggiando e minacciando di censure (come avviene in Cina, Iran e Birmania). Voglio solo proporre una piccola antologia:

