Vile, disonesto, indegno, ignobile, basso, spregevole, iniquo, abietto, meschino, ottuso, gretto, rozzo, triviale.
Si possono trovare tanti aggettivi per classificare l’attacco di Bellachioma alla magistratura.
Il presunto statista del dialogo ha svelato il suo vero volto. Come un toro, attacca a testa bassa, corna in avanti, tutto ciò che gli si muove intorno, soprattutto se di colore rosso.
Con pazienza e caparbietà, superiori a quelle di Penelope, disfa ogni giorno la tela del tessuto democratico del nostro Paese. Forte di un consenso popolare, misurato da suoi sondaggi, si crede imbattibile. Dovrebbe tener presente, tuttavia, che la vera legittimazione popolare viene dalle urne. Nel caso dell’Italia, addirittura, il suo Governo dipende (rectius, dovrebbe dipendere) dal Parlamento, questo si, legittimato dal voto popolare.
L’opposizione, invece, dialoga al suo interno. Dilaniata dalla sconfitta delle urne, continua a dividersi in correnti e fondazioni che non portano contributi significativi.
L’assemblea del Partito Democratico, tenutasi ieri a Roma ha reso evidente quanto evanescenti siano le idee politiche. In una sala, vuota per la metà, l’unica cosa forte e tangibile era la nomenklatura che siedeva al tavolo dei relatori. Un gruppo dirigente, nel quale la sinistra moderna e riformista d’Italia dovrebbe riconoscersi. Non è così.
Dovremo attendere un nuovo Matteotti per reagire alle malefatte del costituendo regime?
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